Dovevo scegliere un giorno a caso per inaugurare la rubrica contenente una recensione al mese e, dopo neanche tanto pensare, la mia scelta è ricaduta sul numero 9. Non chiedetemi le motivazioni, ma il 9 è sempre stato un po’ il mio numero. No, non c’entra niente con questa recensione, né con la mia data di nascita, ma è un numero che, per qualche strana ragione che la ragione non conosce, mi ha sempre affascinata e accompagnata, sin da quando da ragazzina lo portavo fiera sulla schiena sul campo da volley.

Quindi ecco, da oggi 9 gennaio, ogni 9 del mese sarà il Libroversario, ossia il giorno in cui, se vorrete, vi terrò compagnia con la recensione di un libro a me particolarmente caro.

Ad esempio: avete mai letto Il Miglio Verde? Neanche io.
O meglio, non lo avevo letto fino a qualche settimana fa. Ne avevo sentito parlare, come penso la maggior parte di voi. Avevo visto il film del 1999 – diretto da Frank Darabont con il grande Tom Hanks nei panni di Paul Edgecombe – e pianto fiumi di lacrime che di più ne ho versate forse solo guardando Grey’s Anatomy. Beh, credetemi, il libro non è da meno.

Il Miglio Verde – Recensione

Il Miglio Verde è stato scritto da Stephen King e pubblicato secondo quello che viene spesso definito il “metodo Dickens”. Proprio come il buon vecchio romanziere soleva infatti pubblicare i suoi romanzi sotto forma di ciò che viene detto feuilleton* o romanzo d’appendice, King pubblica il suo romanzo in sei puntate pubblicate da marzo ad agosto del 1996.

In realtà, la storia del Miglio Verde inizia a prendere forma nella mente dell’autore molto prima di quell’anno, accompagnandone le notti insonni fin dal 1992, come egli stesso scrive nell’introduzione datata 6 febbraio 1997 e aggiunta nel momento in cui l’opera viene pubblicata sotto forma di unico romanzo in edizione economica.
È in questa introduzione che King rivela al lettore di non aver voluto apportare alcuna modifica al testo nel passaggio a unico volume, ma ammette che prima o poi vorrebbe rivederne completamente la storia.

La storia

La voce narrante è quella di Paul Edgecombe, capo ormai in pensione delle guardie del Blocco E, il braccio della morte del carcere di Cold Mountain, che trova finalmente il coraggio di raccontare una storia che si è tenuto dentro per troppo tempo.

Inizia tutto nel 1932, quando al Blocco E arriva John Coffey, “come la bevanda, ma scritto in modo diverso”. È un grande omone nero additato dal mondo come l’assassino di due anime innocenti, anche se a guardarlo sembrerebbe solo un uomo come tanti, innocuo e addirittura spaventato. Ha paura del buio John Coffey, al contrario degli altri inquilini del Blocco E, come Willy WhartonBilly the Kid o Eduard Delacroix**, detto Del, un piccolo francese quasi pelato, un efferato assassino che si affeziona  in modo commovente ad un topolino, Mister Jingles, che avrà un ruolo rilevante nella narrazione e nei fatti.

Il corridoio che conduce alla sedia elettrica, nelle altre carceri è chiamato “l’ultimo miglio”, ma a Cold Mountain è chiamato il miglio verde, per via del colore del pavimento. Il compito di Paul e del suo team è quello di badare ai prigionieri del blocco E, e di eseguire materialmente l’esecuzione.

Paul è un uomo buono, con un forte senso del dovere; che non ha mai messo in discussione la natura del suo lavoro fino a quell’ottobre del 1932, quando a doversi sedere sulle gambe di Old Sparky – è così che la sedia elettrica viene soprannominata dai secondini – è John Coffey.
78 è il numero degli uomini giustiziati da Paul. Lui stesso è più che consapevole che quel numero avrebbe pesato come un macigno sul suo letto di morte, ma nessuno come Coffey, quell’omone dallo sguardo enigmatico che nessuno è in grado di decifrare.

I temi

Le tematiche trattate da King nel Miglio Verde sono diverse, ma spicca attuale come non mai la discussa questione della pena di morte.
I secondini del Blocco E sono persone semplici, dei ragazzi, degli uomini che cercano di portare a casa lo stipendio per dar da mangiare alle proprie famiglie, se potessero non vorrebbero certo trovarsi lì. Tentano ogni giorno di evitare guai, di tenere calmi i condannati, stabilendo con loro un rapporto umano, almeno per quel poco tempo che sono costretti a trascorrevi insieme e per quel che gli è possibile.
Al Blocco E ci si commuove e ci si indigna. King riesce con una semplicità incredibile a mettere sul piatto i due lati della stessa medaglia. Il disprezzo che si prova davanti a spietati assassini e la pietà che assale nel momento in cui si viene messi di fronte alla loro umanità. Il perdono sembra qualcosa di sconosciuto quando l’odio acceca la nostra mente e la sete di vendetta e idealizzata giustizia ci impedisce di credere a quella verità che abbiamo sotto gli occhi, e la cosa giusta da fare è sempre quella che percorre scelte difficili e fa riflettere.

Ho scelto di fare la recensione de Il Miglio Verde perché è uno di quei romanzi che va letto almeno una volta nella vita. Perché ti butta in faccia una realtà che sembra lontana anni luce, ti catapulta in un mondo che pensi non esista e ti apre gli occhi, la mente e il cuore.

Spero che la prima recensione vi sia piaciuta!
*Rosangela*

*Curiosità: 

Il termine feuilleton è sinonimo di romanzo d’appendice, ossia un romanzo che usciva su un quotidiano o una rivista, a episodi pubblicati in genere la domenica. Feuilleton è un diminutivo di feuillet (foglio, pagina di un libro), era rivolto ad un pubblico di massa e aveva uno scopo prevalentemente commerciale (sostenere la vendita del giornale per più settimane). All’inizio il termine feuilleton indicava in Francia la parte bassa della pagina di un giornale.

Per questi motivi, il termine “romanzo d’appendice” viene spesso utilizzato in termini spregiativi, perché considerato sinonimo di scarsa qualità, di robetta adatta ad un pubblico di gusti molto facili e di basso livello intellettuale.

**Curiosità:

La morte di Delacroix sembra quasi una profezia: un anno dopo la pubblicazione del libro, nel 1997, in Florida, al cubano Pedro Medina è purtroppo toccata la medesima sorte del personaggio (in conseguenza di un non meglio precisato errore).

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