L’elemento principale da cui è composta un’opera letteraria è, come si può ben osservare, il testo, vale a dire una serie più o meno lunga di enunciati verbali provvisti o meno di significato. Tuttavia, quest’ultimo raramente si presenta come solitario, ma è contornato da vari elementi che lo accompagnano e lo completano dandogli la forma del libro che verrà presentato ai suoi lettori. L’insieme di tali elementi viene trattato in modo approfondito da Gérard Genette nel suo saggio intitolato Soglie, nel quale dà a questo insieme il nome di paratesto.[1]

Genette divide il paratesto in due sezioni: la prima chiamata “peritesto“, composta dai messaggi paratestuali localizzati nel volume stesso, quali prefazione e/o postfazione, titolo dell’opera e nome dell’autore, epigrafi ed eventuali note. La seconda chiamata “epitesto“, composta invece da quei messaggi esterni al testo, mediante i quali il pubblico viene a conoscenza dell’opera in un tempo più o meno recente. L’epitesto a sua volta può essere suddiviso in pubblico,  ovvero che riguarda l’ambito mediatico (può trattarsi di interviste all’autore, conversazioni ecc.), e privato, come corrispondenze, giornali intimi e altro.

Il paratesto è dunque, in tutte le sue forme, un discorso fondamentalmente eteronomo, ausiliare, al servizio di qualcos’altro che costituisce la sua ragion d’essere, che è il testo. Costituisce una zona non solo di transizione, ma di transazione tra il testo e ciò che sta al di fuori. È il “luogo privilegiato di una […] strategia, di un’azione sul pubblico, con il compito, più o meno ben compreso e realizzato, di far meglio accogliere il testo e di sviluppare una lettura più pertinente agli occhi […] dell’autore e dei suoi alleati.” [2]

Gran parte del peritesto dipende dalla responsabilità diretta e principale dell’editore, il quale può approvare o meno determinate scelte fatte dall’autore riguardo gli elementi paratestuali. È questo quello che Genette definisce “peritesto editoriale“, ovvero quegli elementi che vengono creati in base al mercato e al pubblico a cui l’opera è rivolta. Si tratta del peritesto più esterno: copertina, frontespizio e i loro annessi e della realizzazione materiale del libro, la cui esecuzione è competenza dello stampatore, ma la decisione dell’editore, eventualmente d’accordo con l’autore riguardo la scelta del formato, della carta, della composizione tipografica ecc.

LA TRADUZIONE E IL PARATESTO

Il paratesto può influenzare la ricezione dell’opera letteraria e orientarne l’interpretazione, dunque è uno spazio che il traduttore non può esimersi dal considerare. Gli spazi paratestuali hanno, infatti, un’importanza fondamentale nel passaggio che la traduzione consente da una cultura all’altra, perché, come scrive Chiara Elefante: “sono spazi ibridi, soglie che, al pari del processo traduttivo, consentono di superare il concetto stesso di frontiera.”[3] Come il paratesto è posizionato sulla soglia e si rivela a volte elemento proiettato verso l’esterno, altre verso l’interno del testo, cosi il traduttore opera in uno spazio complesso, mutevole, nel punto di articolazione tra due lingue, due culture, due mondi differenti.

Attraverso l’atteggiamento assunto da traduttori ed editori nei confronti degli spazi paratestuali e il ruolo del traduttore in tali spazi, si può evincere come evolvano la teoria e la prassi traduttiva e il modo in cui cambia l’atteggiamento di chi legge testi in traduzione. Tali spazi paratestuali sono stati individuati come luoghi fondamentali di analisi per tre ragioni principali:

innanzitutto perché consentono di riconoscere quali siano le norme o le tendenze traduttive prevalenti in una determinata cultura in un preciso periodo storico. Secondariamente perché rappresentano luoghi in cui il traduttore si sente libero di esprimere l’immagine che si ha di sé in quanto mediatore, e la rappresentazione profonda del suo operato. Infine, perché consentono di focalizzare l’attenzione su un aspetto troppo spesso trascurato del processo traduttivo, vale a dire il fatto che nel peritesto, e talvolta anche nell’epitesto, il traduttore si trova a svolgere un ruolo di mediatore anche e soprattutto rispetto al mondo editoriale in seno al quale lavora.[4]

Ulf Norberg, studioso di traduttologia, distingue diversi concetti che vanno a relazionarsi con il concetto base di habitus introdotto dal sociologo francese Pierre Bordieu, ovvero l’insieme delle modalità di comportamento proprie di un individuo, conseguenza di una particolare formazione legata al gruppo di appartenenza e che si differenzia a seconda della posizione occupata nello spazio sociale. Secondo lo studioso il concetto di habitus, che corrisponde all’immagine che il traduttore ha di sé, si esplicita negli spazi paratestuali di commento alla traduzione, ma è in qualche modo influenzato dal “campo letterario”, ossia il sistema di rapporti che legano il traduttore all’editore e di conseguenza al pubblico di lettori, dal “capitale simbolico”, elargito secondo logiche di successo della traduzione e decretato dagli editori stessi e dalla “doxa”, cioè la norma traduttiva prevalente presso un particolare gruppo sociale o in un determinato contesto culturale con cui il traduttore deve confrontarsi.[5]

Qualunque elemento paratestuale deve essere attentamente trattato dal traduttore, soprattutto quando coinvolge un elemento del paratesto che può presentare, nel testo di partenza e in quello di arrivo, spunti interpretativi diversi.

Gli elementi paratestuali con cui il traduttore si trova a doversi confrontare sono vari, ma quello più interessante che costituisce anche un tema su cui dibattere, nonché la sfida più ardua dopo la traduzione del testo stesso, è il titolo dell’opera.

IL TITOLO DELL’OPERA

La resa di questo elemento dipende da fattori legati anche al mercato editoriale, e vede spesso le intenzioni del traduttore confrontarsi con quelle dell’editore.

Il titolo dell’opera letteraria, a prescindere dal genere cui essa appartiene, è allo stesso tempo importante e complesso. Da un lato è estraneo al testo, perché figura in uno spazio esterno, se ne differenzia per gli aspetti tipografici e a volte per la struttura linguistica, dall’altro è in stretta connessione con esso, e la sua scelta è funzionale alla lettura che annuncia. L’autore di romanzi è attratto dalla ricerca del titolo, passaggio inaugurale dell’opera che condensa al massimo l’informazione, sfuggendo alla legge della ridondanza semantica. Il titolo fornisce immediatamente alcune informazioni al lettore, il quale sarà tuttavia in grado di tornare alla sua interpretazione una volta terminata la lettura.

Il linguista tedesco Harald Weinrich distingue, per ciò che concerne il lettore, tra la memoria del titolo a breve termine, in cui sono solitamente la brevità e la concisione gli strumenti per la memorizzazione, e quella a lungo termine, in cui bisogna distinguere tra una funzione “ante textum” e una “post textum” e giunge alla conclusione che i titoli sono “istituzioni linguistiche che vengono si fornite al lettore ante textum, ma […] sono destinate ad avere un valore soltanto post textum. Infatti, è solo quando il testo è stato letto e […] compreso m che subentra il momento della memoria.”[6]

Al momento di pensare a un titolo, il traduttore si trova nella necessità di confrontarsi con l’editore. Il contratto di traduzione prevede solitamente una clausola in cui il traduttore si impegna a fornire una o più proposte di titolo all’editore, che si riserva il diritto di analizzarle e decidere se mantenerne una o trovarne di nuove che meglio si adattino alle aspettative di mercato. Entrambi partono da una situazione vincolata, ovvero da un titolo già esistente con una struttura propria. È una fase in cui le strategie del traduttore entrano in contatto con l’editore: la proposta del traduttore, il quale propenderà a seguire una propria strategia anche per quanto riguarda il titolo, si confronta con la propensione dell’editore per il quale conta innanzitutto il valore pragmatico di quest’ultimo, in relazione non solo al testo, ma anche alle tendenze generali di titolazione del suo sistema letterario.

Chiara Elefante, a proposito della traduzione dei titoli, cita nel suo libro Traduzione e Paratesto, la skopostheorie, secondo la quale:

al fine di realizzare l’intenzione dell’autore del testo, nonché lo scopo commerciale dell’editore […] [vi è] la necessità, da parte del traduttore di analizzare attentamente le aspettative e i gusti del lettore del testo di arrivo. Sulla base di tali considerazioni, il traduttore potrà propendere per un titolo addomesticante, che permetta al lettore di riconoscere il titolo e il mondo a cui esso rimanda come familiare, oppure per un titolo (e)straniante che sottolinei del testo l’alterità e soddisfi l’interesse del lettore per mondi letterari lontani dai suoi.[7]

I titoli sono dunque un elemento paratestuale complesso, che costituisce una sfida per tanto per il traduttore quanto per l’editore, la cui soluzione richiede un certo investimento di pensiero.

Siri Nergaard avanza l’ipotesi che “il paratesto venga a costituire un tutt’uno con la traduzione vera e propria, tale da far si che sia l’insieme degli aspetti testuali e paratestuali a costituire la traduzione e a creare l’effetto complessivo esercitato sul lettore.”[8]

La voce del traduttore, dunque, può risuonare non solo all’interno del testo tradotto, ma anche in quegli spazi paratestuali costruiti grazie all’interazione costante tra editore e traduttore, che contribuiscono a portare nelle mani dei lettori una traduzione nel senso più ampio e profondo del termine.

Rosi

Note:
[1]Soglie, i dintorni del testo G. Genette, Einaudi, Torino, 1989
[2]Soglie, i dintorni del testo G. Genette, Einaudi, Torino, 1989 p.4
[3]Traduzione e Paratesto, C. Elefante, Bononia University Press, Bologna, 2012, p.11
[4]Traduzione e Paratesto, C. Elefante, Bononia University Press, Bologna, 2012, p.14
[5]Traduzione e Paratesto, C. Elefante, Bononia University Press, Bologna, 2012, p.37
[6]Traduzione e Paratesto, C. Elefante, Bononia University Press, Bologna, 2012, p.50
[7]Traduzione e Paratesto, C. Elefante, Bononia University Press, Bologna, 2012, p.77
[8]La Costruzione di una cultura: la traduzione norvegese in traduzione italiana, S. Nergaard, Guaraldi, Rimini, 2004, p.54

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