La traduzione nasce per soddisfare un bisogno dell’uomo e, come tutte le arti, le scienze e le teorie più conosciute, ha una sua storia, un suo percorso evolutivo che si è sviluppato nel corso dei secoli.

Nel mondo occidentale, con lo sviluppo del commercio, la scoperta di nuove terre e nuove culture determinate a farsi valere attraverso una propria lingua e una propria tradizione scritta, il bisogno dell’uomo di farsi comprendere acquistava ogni giorno maggiore priorità. Inoltre, l’uomo ha da sempre cercato di comprendere il mondo intorno a sé, di coglierne ogni piccola sfumatura cercando con tutti i mezzi a sua disposizione di ampliare la propria cultura e conoscenza anche, e soprattutto, attraverso la traduzione delle opere dei più famosi oratori, a partire dall’antichità classica. Da qui, la nascita delle varie teorie di traduzione che, nel corso del tempo, saranno modificate e ampliate a seconda dell’esperienza e della pratica.

Secondo il Cristianesimo, la ragione di questa necessità di tradurre è da attribuire alla caduta della Torre di Babele, di cui si parla nel libro della Genesi, che ha sostituito la lingua unica con la moltitudine di lingue che oggi conosciamo costringendo l’uomo a dover elaborare un’efficace strategia per poter comunicare con coloro i quali parlano una lingua differente dalla propria.

Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.[1]

La storia della traduzione, o meglio della teoria del tradurre, è tuttavia ricostruibile a partire dall’antichità classica latina, perché è proprio in questo periodo che ci si rivolge per la prima volta verso le lingue e le culture differenti come fonti di conoscenza: alle traduzioni veniva infatti riconosciuto il merito di rinnovare e arricchire la lingua e la letteratura di arrivo. Nella Roma antica infatti, la traduzione non rappresenta più un semplice mezzo, seppure indispensabile, per risolvere i problemi di comunicazione, ma viene vista come uno degli strumenti più importanti per facilitare i processi di assimilazione delle letterature e filosofie altrui.

Quando si parla di traduzione, e delle teorie su di essa, ci si riferisce, sin dalle prime testimonianze, alla traduzione letteraria. Esistono poche testimonianze di teorie sulle traduzioni (siano esse scritte o orali) di testi tecnico-scientifici, e riguardano soprattutto l’affermare che questi testi pongono problemi poco interessanti da poter approfondire.

Nella Roma antica, il primo traduttore che conosciamo è Livio Andronico, uno schiavo greco che traduceva l’Odissea in latino. A lui seguono Ennio, traduttore di tragedie, Terenzio e Plauto. Come ci ricorda Traina, in questo periodo lo scopo principale della traduzione letteraria era quello di “avvicinare il testo più che possibile ai lettori latini, sia spiegando, sia romanizzando Omero”, romanizzazione che avveniva sia sul piano del contenuto che dell’espressione.[2] Per ottenere tale risultato si rielaborava il testo in maniera molto libera, il che modificava l’originale a tal punto da trasformare le traduzioni in opere nuove, tradendo completamente quella fedeltà al testo che oggi si cerca in tutti i modi di conservare. In questo periodo le traduzioni principali erano quelle dal greco al latino e bisogna tenere presente che coloro che le leggevano avevano una conoscenza approfondita non solo della propria lingua, e quindi del latino, ma anche della lingua greca. Erano dunque per lo più colte, erudite, che di base non avevano realmente bisogno che il testo venisse tradotto per poterlo leggere. L’obiettivo principale dei traduttori e del loro lavoro non era dunque essere fedele al testo per renderlo accessibile anche a chi non era a conoscenza della lingua. Al contrario, si modificava l’originale al fine di crearne uno nuovo, che potesse essere plasmato e adattato alla cultura romana, per cercare di creare una nuova identità, una letteratura che potesse rappresentarli a pieno ed essere considerata come propria.

Steiner afferma che le odierne teorie di traduzione siano influenzate dai risultati teorici raggiunti nel passato, che hanno portato il traduttore a interrogarsi essenzialmente su un’unica questione che gira intorno all’opposizione fra “lettera” e “spirito”, e cioè quale di questi due tipi di traduzione sia quella più giusta e fedele. [3]

È proprio di epoca latina il testo più antico che contiene riflessioni sul tradurre, e può essere considerato una sorta di manifesto della traduzione artistica che celebra la traduzione libera, a discapito di quella letterale: De Optimo Genere Oratorum di Cicerone.[4] Quest’ultimo descrive le caratteristiche che contraddistinguono un ottimo oratore da uno mediocre, il quale dovrebbe mirare ad una traduzione elegante, prestando attenzione alla forma più che al contenuto. Egli scrive:

Posto infatti che l’eloquenza consta di parole e di pensieri, il punto da raggiungere è questo: ottenere oltre alla purezza e alla correttezza del dire attenta eleganza di termini sia propri sia traslati […] perché la “memoria” è quel che negli edifici è il fondamento; il “modo di porgere” il loro splendore. [Afferma di aver] tradotto da oratore, non già da interprete di un testo, con le espressioni stesse del pensiero, gli stessi modi di rendere questo, con un lessico appropriato all’indole della nostra lingua. In essi non ho creduto di rendere parola con parola, ma ho mantenuto ogni carattere e ogni efficacia espressiva delle parole stesse.[5]

Nella storia e nell’evoluzione delle varie teorie, un posto di rilievo occupa la traduzione della Bibbia, il testo sacro della religione ebraica e cristiana, che è il più tradotto al mondo e che per la sua vocazione a diffondere la Parola di Dio dà l’avvio a quella tradizione delle traduzioni che ha dominato sulle altre, e che mette in gioco la maggior parte delle problematiche fondamentali della traduzione integrale. I due traduttori più importanti di questo testo sono San Girolamo e Lutero.

San Girolamo fu il principale traduttore della Bibbia, la Vulgata, la quale consiste in una sua revisione delle traduzioni già esistenti del Nuovo Testamento e nella sua traduzione integrale dell’Antico Testamento dagli originali in aramaico e in ebraico. Quest’ultima, secondo quanto desiderato da papa Damaso, avrebbe dovuto essere un’interpretazione unica destinata a diventare il testo canonico. Nella sua traduzione, San Girolamo dà un peso maggiore alla resa del significato, modificando spesso e volentieri il testo originale, discostandosi vistosamente dalle traduzioni precedenti. Numerose furono le contestazioni e le accuse di eresia, che lo portarono a scrivere una lettera di giustificazione e difesa dei propri principi e metodi del tradurre, dalla quale è divenuta famosa la frase non verbum de verbo reddere sed sensum, utilizzata e citata spesso a proposito del ben tradurre.[6]

*Rosangela*

Note:
[1] Genesi 11, 1-9
[2]La Teoria Della Traduzione Nella Storia, Siri Nergaard, Bompiani, Milano, 1993 p. 26
[3] George Steiner è uno scrittore e saggista francese
[4] Trad. italiana: “Qual è il miglior oratore
[5]La Teoria Della Traduzione Nella Storia, Siri Nergaard, Bompiani, Milano, 1993 p. 52-53/57-58
[6] Trad. “non rendere parola per parola, ma riprodurre il senso dell’originale” in La Teoria Della Traduzione Nella Storia, Siri Nergaard, Bompiani, Milano, 1993 p. 30

Lascia un commento