Il Medioevo rappresenta un’epoca in cui l’attività traduttiva è intensa, dove si assiste ad un superamento e addirittura un rifiuto dell’eloquenza ciceroniana. La traduzione non è più considerata un’arte, e quello a cui si punta non è più la bellezza del testo di arrivo, ma la fedeltà al testo di partenza. Di conseguenza, i traduttori dell’epoca non si concentrano più sulla perfetta resa nella lingua di arrivo, ma si limitano a trasportare verso una lingua diversa, le parole dell’originale. In questo periodo a predominare sono le traduzioni dal latino nelle lingue volgari o neolatine.

Durante il periodo denominato Umanesimo, ritornano invece a dominare le traduzioni dal greco in latino. Importante è il testo di Leonardo Bruni, il De Interpretatione Recta (ca. 1420) in cui l’autore stabilisce, analizza e discute i principi fondamentali del tradurre correttamente. Bruni attribuisce particolare importanza ai criteri filologici e alla comprensione del testo da tradurre, nonché alla padronanza e conoscenza approfondita di ambedue le lingue e all’eleganza stilistica. È proprio a Bruni che si deve l’introduzione nel vocabolario del termine traducere, moderno “tradurre”.

Questi criteri, propri dell’Umanesimo, possono essere visti nella traduzione biblica di Lutero. Il padre della riforma protestante, infatti, cercò di rendere il testo sacro il più possibile comprensibile a tutti. Del resto, quello di rendere leggibile la Bibbia nelle lingue parlate dai diversi popoli, era uno dei principi della sua Riforma. Il metodo utilizzato da Lutero non è tuttavia né letterale né libero. Egli ritiene che si debba “talvolta mantenere rigidamente le parole, talaltra rendere soltanto il senso”.[1]

IL SEICENTO E IL SETTECENTO

Il Seicento è il periodo in cui nasce, in Francia, la denominazione di “Belles et Infidèles“, ovvero quella tipologia di traduzione che modifica numerosi aspetti della lingua del testo originale per cercare di raggiungere uno stile elegante e il più vicino possibile alla lingua di arrivo. In Francia, infatti, in questo periodo si privilegia una traduzione che rispetti i criteri stilistici dell’epoca, che sia gradevole ed elegante, finendo così per trasformare notevolmente l’originale. La definizione si deve al filologo Gilles Ménage, che nel 1654 descrisse le traduzioni di Luciano di Nicolas Perrot d’Ablancourt come simili a “una donna di cui ero innamorato a Tours, che era bella ma infedele.”[2]

Tuttavia c’è chi si discosta dalla tradizione dell’epoca, come Pierre Daniel Huet, che nel suo trattato De interpretatione libri duo, quorum prior est de optimo genere interpretandi, alter de claris interpretibus,  sostiene la teoria secondo la quale il traduttore debba innanzitutto mantenersi il più vicino possibile al pensiero e al senso voluto dall’autore che sta traducendo, e solo in secondo luogo adattare il proprio stile personale.[3] Predomina il concetto di fedeltà, che deve essere tale da non omettere né aggiungere niente, ma la traduzione deve far emergere il testo originale, nella sua completezza.

Les Belles Infidèles hanno influenzato le traduzioni successive non solo in Francia, ma anche in Inghilterra, dove si traduce nelle lingue nazionali. È proprio nell’Inghilterra di fine Seicento che John Dryden imposta i modelli di traduzione e delle prefazioni alle traduzioni stesse, dove spesso venivano scritte le riflessioni teoriche sul tradurre. [4]  Definito il “lawgiver to translation”, l’essenza della sua teoria può essere letta nella prefazione delle Epistole (1680), in cui distingue tre modelli di traduzione: la metafrasi, ovvero la traduzione letterale, l’imitazione, cioè quella che non rispetta né le parole né il senso dell’originale, e la parafrasi, il modello da seguire, che rispetta l’autore dell’originale.

Alla fine del Settecento invece, in Germania il problema del tradurre inizia ad essere visto come un problema ermeneutico e filosofico-linguistico. Inoltre, l’intensa attività traduttiva riflette la tendenza tipica della cultura tedesca, che valorizza questa attività come fonte di accrescimento della propria lingua e della propria cultura. In questo senso, influenza importantissima ha la traduzione della Bibbia fatta da Lutero. Traduttori quali Von Humboldt e Schleiermacher descrivono la traduzione come un incontro fra lingue e culture, in cui il lettore si dovrebbe sforzare di venire incontro alla diversità del testo e della lingua straniera, mentre il compito del traduttore è quello di orientare la propria lingua verso quella straniera, verso il carattere e lo stile dell’originale. Per Humboldt, infatti, la traduzione ha senso quando riesce ad “acquisire per la lingua e lo spirito della nazione ciò che essa non possiede o possiede altrimenti”.[5]

Secondo Schleiermacher esistono due tipi di atteggiamento che si possono avere nei confronti del testo da tradurre: o il lettore esce da se stesso per immedesimarsi e comprendere il testo originale, oppure quest’ultimo viene avvicinato alla lingua e alla cultura del lettore.

Nel corso del tempo viene a crearsi poi, un altro problema di traduzione che non va sottovalutato: l’intraducibilità, ovvero l’impossibilità della trasposizione di due mondi fra le diverse lingue. La diversità fra le lingue comporta inevitabilmente una diversità di pensiero, che spesso ci si ritrova in difficoltà nel dover tradurre. Nonostante ciò, quella che viene ad affermarsi è la differenza delle lingue come condizione necessaria alla traduzione stessa. La reciproca incommensurabilità fra le lingue non impedisce che esse siano comparabili l’una all’altra.[6]

IL NOVECENTO

Esponenti di spicco di questo periodo sono il filosofo e scrittore italiano Benedetto Croce, che si è occupato del problema della traduzione in diverse occasioni, e le cui affermazioni sono diventate il modello per coloro i quali sostengono l’impossibilità della traduzione e Walter Benjamin, che nel 1923 scrive il saggio intitolato Il compito del traduttore.[7]

Secondo Croce, esistono vari livelli di difficoltà quando ci si cimenta in una traduzione: c’è la poesia, vista come la forma più difficile, poi la prosa letteraria e infine i testi tecnico-scientifici. Come già ricordava Dante, nel Convivio, anche secondo Croce non è possibile tradurre poesia senza rompere la sua armonia musicale. Il testo poetico infatti, proprio per la sua struttura, pone delle problematiche particolarmente complesse.

Secondo Benjamin, l’opera d’arte non è rivolta a chi la riceve e una traduzione non è mai rivolta ai lettori che non sono in grado di comprendere l’originale. Una traduzione deve cogliere l’essenza dell’opera, farla sopravvivere e durare nel tempo. Facendo ciò, il traduttore può quindi liberare nella traduzione quella “lingua universale” che è racchiusa in ogni lingua, chiamata pura lingua, e che è prigioniera dell’opera. Benjamin sogna quella lingua paradisiaca, unica e pura, quella lingua originale che ci è stata negata dalla caduta della Torre di Babele, la cosiddetta lingua adamica. In questa prospettiva, il compito del traduttore è quello di ricreare quella Lingua.[8]

Viene dunque attribuita alla traduzione un’importanza fondamentale: attraverso essa si può raggiungere la relazione tra le lingue, in stretto contatto fra loro, che appartengono ad un’unica, più grande, Lingua.

*Rosangela*

[1] La Teoria Della Traduzione Nella Storia, Siri Nergaard, Bompiani, Milano, 1993 p. 37
[2] Wikipedia, 22/01/2015
[3] Pierre Daniel Huet (1630 – 1721) è stato un filosofo, storico e teologo francese.
[4] John Dryden (1631 – 1700) è stato un poeta e traduttore di classici.
[5] La Teoria Della Traduzione Nella Storia, Siri Nergaard, Bompiani, Milano, 1993 p. 42
[6] Cfr. Eco, in La Teoria Della Traduzione Nella Storia, Siri Nergaard, Bompiani, Milano, 1993 p. 45
[7] Titolo originale: Die Aufgabe des Übersetzers
[8] La Teoria Della Traduzione Nella Storia, Siri Nergaard, Bompiani, Milano, 1993

Lascia un commento