Se si cerca la definizione del verbo tradurre su qualsiasi dizionario della lingua italiana ci si ritroverà a leggerne una simile: “Volgere in un’altra lingua, diversa da quella originale, un testo scritto o orale, o anche una parte di esso, una frase o una parola singola.”[1] È questo ciò a cui si pensa quando ci si immagina il mestiere di tradurre.

Ma potrebbe non essere cosi semplice. Da sempre, il problema della traduzione – letteraria o specialistica che sia – riveste un ruolo importante negli studi dei linguisti e non solo. Tante sono le domande che questi ultimi si pongono, molte delle quali ancora senza una risposta precisa e altrettante quelle che si pone un traduttore quando si trova davanti un’opera da tradurre. Roman Jakobson, ad esempio, nel suo saggio Aspetti linguistici della traduzione (1959), ne distingue tre categorie differenti: intersemiotica, interlinguistica e intralinguistica.[2]

La traduzione intersemiotica (o trasmutazione) consiste nell’interpretazione dei segni linguistici per mezzo di sistemi e segni non linguistici, ovvero, una trasposizione in altri codici della comunicazione. Per traduzione intralinguistica si intende, invece, una riformulazione nei termini della stessa lingua del testo originale. Ma la traduzione vera e propria è quella interlinguistica, cioè il passaggio – e quindi la traduzione – da un testo di partenza, source text (ST) – e quindi una lingua di partenza, source language (SL) – ad un testo – e quindi una lingua – di arrivo.

Ma perché la traduzione sia considerata ottimale, non basta munirsi di un buon dizionario, c’è bisogno di altro. Il traduttore, infatti, non si limita a trasporre il significato puro e semplice di una parola da una lingua ad un’altra, ma passa attraverso una serie di considerazioni, seguendo un processo più complesso e articolato di ciò che si è soliti pensare, che investe non solo il piano linguistico, ma l’intero sistema socio-culturale.

Il mestiere di tradurre, e nello specifico quello della traduzione letteraria, è un lavoro globale e, in quanto tale, deve tener conto del duplice aspetto del trasferimento interlinguistico e interculturale. Obiettivo di quest’ultimo è il raggiungimento dell’equivalenza fra il testo di partenza e quello di arrivo, strettamente legato al concetto di fedeltà del testo. Di norma il traduttore cerca, infatti, di restare quanto più possibile fedele al testo di partenza, al fine di mantenere la relazione fra quest’ultimo e il testo di arrivo, cercando di riprodurre al meglio la funzione del discorso del testo di partenza. Partendo dunque da un testo originale, il fine ultimo sarà quello di ricostruirlo in un contesto diverso, tenendo conto della cultura, dell’epoca e della società di quest’ultimo, cercando di non stravolgere lo schema di base e il messaggio del testo di partenza. In questo rapporto di lingue e culture è dunque importante la presenza contemporanea di due elementi non indipendenti, ma che operano l’uno in funzione dell’altro: interpretazione e comunicazione.
Come afferma Paola Faini:

L’interpretazione, che talora può essere indirizzata da un forte elemento intuitivo, mira ad estrarre il senso dal testo di partenza inserendolo, ai fini della comunicazione, nel contesto di un’altra realtà culturale. Una connessione naturale, profondamente vitale, lega l’originale alla sua traduzione in un nuovo ambito culturale, e ne assicura, attraverso la comunicazione, la sopravvivenza nello spazio e nel tempo.[3]

Eppure, proprio a causa delle numerose condizioni di cui il traduttore deve tenere conto, ottenere l’equivalenza ( in senso stretto) sembra quasi impossibile. Come scrive Michael von Albrecht:  “la traduzione letteraria deve essere la più fedele possibile, ma con tutte le libertà inevitabili”.[4]
Sarà dunque una trasposizione interpretativa, che consentirà al traduttore di costruire una traduzione che rispetti tutti i canoni specifici della cultura della lingua di arrivo.

La traduzione non è quindi un processo di transcodificazione puramente linguistico, ma implica tutta una serie di fattori extralinguistici, un confronto fra due sistemi linguistici diversi e fra due culture diverse, volto a creare un equilibrio che rispetti le norme della comunicazione e che tenga conto dei vincoli che condizionano il traduttore. Quest’ultimo, infatti, nel tradurre attinge a due fonti di rifornimento linguistico: una che corrisponde al suo status sociale e al suo livello culturale, e un’altra che corrisponde al suo patrimonio linguistico storico, familiare e personale. La traduzione implica, in sostanza, la decodificazione del messaggio nella lingua di partenza e la sua ricodificazione nella lingua di arrivo, uno scambio reciproco fra diverse visioni del mondo.

Il mestiere di tradurre è dunque un lavoro di non poca importanza e responsabilità. Trovarsi tra le mani un’opera, in una qualsiasi lingua originale, poterla studiare, conoscere a fondo, permeare al suo interno ed entrare nella mente dello scrittore cercando di immedesimarsi, ed essere in grado di tradurla, di farla nascere una seconda volta in modo che anche chi, per pigrizia o non conoscenza della lingua, possa goderne, è un privilegio da non sottovalutare.

Rosangela©

Note a “Il mestiere di tradurre”:
[1] Definizione Vocabolario online Treccani http://www.treccani.it/vocabolario/tradurre/ (18.12.2014)
[2] 1896 –  1982, Jakobson è stato un linguista e semiologo russo naturalizzato  statunitense. È considerato uno dei principali iniziatori della scuola del formalismo e dello strutturalismo.
[3]Tradurre. Manuale teorico e pratico, P. Faini, Carrocci, Roma, 2010  p. 10
[4] Michael von Albrecht è un latinista, filologo classico e traduttore tedesco.
Cit. da La corrispondenza imperfetta. Riflessioni sulla traduzione letteraria e la traduzione specializzata, B. Delli Castelli, p. 4

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